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Ares ed Atena, Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Florence, Italy , ca 570 - 560 BC

Ares, Worcester Art Museum, Massachusetts, USA, ca 515 - 500 BC.

 

Eros, ca 500 - 495 BC, Cleveland Museum of Art, Cleveland, Ohio, USA.

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Marte italico, cimasa da Marzabotto, V sec. a. C..)

Marte Ultore

Tempio di Marte Ultore, ricostruzione

Tempio di Marte Ultore oggi.

 

Marte e Venere, in un quadro di David.

 

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Invece, il Marte italico, poi. romano, era una tipologia di divinità diversa: era sempre il Dio della Guerra, ma era una figura più mitigata.

Marte è un dio assai venerato nel mondo italico, ed è consuetudine associarlo all’Ares greco; ma la divinità alla quale ci si trova di fronte non ha una natura univoca, da considerarsi soltanto come il dio della guerra, bensì presenta svariate sfaccettature che hanno suscitato, tra gli studiosi, perplessità tali, al punto di aver fatto assumere ad alcuni di loro posizioni opposte.
Un grande numero di testimonianze consente di riconoscere in Marte una delle principali divinità italiche, adorata in varie località dell’Italia centrale: le attuali Umbria e Marche ed in una parte dell’Abruzzo, in alcune località del Lazio e in ambito osco-meridionale.
  Il suo culto, probabilmente già di derivazione indoeuropea, non si spense mai, ma si evolse nel corso dei secoli e dei millenni a partire dall’età protostorica. Che in origine fosse un “dio del fuori” ne abbiamo delle prove certe nei santuari di altura e nelle grotte. Dalla testimonianza epigrafica delle Tavole Iguvine risulta che formava una triade fermamente presente. Nel contesto romano, invece, faceva parte della triade arcaica insieme a Giove e Quirino, prima ancora che i Tarquini introducessero il culto nella triade Capitolina: per diventare poi, in epoca storica, il dio padre, Mars Pater, dei Romani.

Sulla natura di questo dio gli studiosi sono alquanto divisi: forse, in origine, era una divinità di derivazione agraria e prese i suoi attributi guerreschi in seguito? E se invece piuttosto fosse stata una divinità onnivalente tanto agraria, quanto guerriera? Ormai, la maggioranza degli studiosi ritiene che si tratti di un Marte che è essenzialmente guerriero. Infatti, sono altre le divinità che si occupano direttamente di far crescere le piante o i semi come i Semoni e Cerere. Marte protegge gli animali e il raccolto, ma con il combattimento. Esistono cerimonie praticate a Roma che indubbiamente hanno origine nel mondo italico arcaico, che servono ad erigere intorno all’ager, all’urbs, oppure intorno ad un campo privato, una barriera invisibile e invalicabile, posta la condizione che sia custodita, non solo dai nemici umani, ma anche da potenze malefiche, e da quelle che provocano le malattie. Tutti questi diversi riti erano presieduti da Marte, quale divinità che protegge mediante la forza, collocato come sentinella sulla soglia, nel modo in cui si dice probabilmente nel Carmen Arvale.La lustratio agri, nel De agricoltura di Catone (141), è una replica minore dei grandi rituali di circumambulazione ed è possibile trovare un diretto corrispettivo negli ambarvalia, un rito pubblico praticato lungo il perimetro degli arva, cioè delle terre coltivabili di Roma, nel quale appaiono bene in evidenza gli aspetti di “divinità vigilante” e di “divinità selvaggia” del dio. Il proprietario terriero metteva sotto la protezione del dio armato tutti: gli armenti, la famiglia, il raccolto.
Per le città avveniva la stessa cosa: i sacerdoti erigevano una barriera invisibile ma potente. Non solo le mura di pietra proteggevano i cittadini, ma anche il dio guerriero e le divinità a lui sottoposte.
Marte non era proprio un dio malvagio e spietato come l’Ares greco, perché si poneva come un custode che combatte per difendere chi si metteva sotto la sua protezione.
Alcune leggende romane raccontano, pure, che il dio, con l’aspetto di un alto e bellissimo legionario modello, con, sul capo, un elmo ornato di un doppio pennacchio, scendesse in battaglia e che guidasse lui stesso i soldati, nei momenti di difficoltà…
Allo scoppio di una guerra, il comandante supremo vi si recava, scuoteva la lancia dicendo: “Mars, vigila!”, mentre a Praeneste, era la lancia di Marte che, vibrando prodigiosamente, annunciava un imminente pericolo o un terremoto.

Marte Ultore

Ottaviano aveva promesso in voto un tempio a Marte Ultore (ossia "Vendicatore") in occasione della battaglia di Filippi del 42 a.C., nella quale egli stesso e Marco Antonio avevano sconfitto gli uccisori di Cesare e dunque vendicato la sua morte. Il tempio venne effettivamente inaugurato solo dopo 40 anni, nel 2 a.C., inserito in una seconda piazza monumentale, il Foro di Augusto

.L'Ares del telefilm: alcune considerazioni

Gli autori del telefilm si sono certamente ispirati alla figura dell'Ares greco, ma anche a quella del Marte romano (nell’episodio “Livia”, relativo alla quinta stagione, si fa menzione di un tempio che l’imperatore Augusto ha ordinato di costruire per Il Dio della Guerra e i soldati passano tra la gente per ottenere un’offerta. È  a quel punto che Joxer/Corilo, con il suo rifiuto, fa scaturire una rissa e il successivo arresto. La vicenda si riferisce sicuramente al tempio di Marte Ultore…).
Infatti, mentre all’inizio questo personaggio si dimostra crudele, sanguinario ed infido, come l’ Ares greco, pian piano la sua figura si va mitigando, diventa un ironico tormentatore che non riesce mai, o perché viene sconfitto, o per propria volontà, a fare sul serio del male ai suoi nemici.
L’elemento determinante che, in qualche modo, gli addolcisce il carattere è senza dubbio l’Amore che matura nei confronti di Xena, l’unica donna che non gli cede (a livello sentimentale e sessuale), e che non riesce a sconfiggere ( a livello di combattimento).
Egli stesso finirà con il sacrificare, in un atto di puro altruismo, i suoi poteri e la sua divinità per salvare la vita alla Principessa Guerriera, senza, però, ottenere nulla in cambio.
Si potrebbe dire che, in questa maniera, gli sceneggiatori abbiano voluto avvicinare l’Amore di Ares per Xena a quello che il dio provava per Afrodite nella mitologia: “L’Amore vince la Guerra” è stato uno dei motivi ispiratori di innumerevoli autori dell’antichità, ma anche di artisti del rinascimento e di epoche successive.
In fondo, Ares sottopone Xena a delle prove, che lei prontamente supera. E lui, fateci caso, se ne compiace: Xena si è evoluta sempre di più... e in parte è anche merito di Ares. Mi pare probabile, anche, che gli autori del telefilm per costruire il personaggio di Ares si siano ispirati, oltre che naturalmente alle figure mitiche di Ares e Marte, anche a quella del 'Trickester’ (nella mitologia occidentale è considerato vicino alla figura di Pan e Fauno.). Con questa denominazione è definito in etnologia una sorta di archetipo di 'improglione divino', una specie di maestro, che attraverso l'ironia (risa e scherzi), alle volte mordace, introduce il discepolo o il 'guerriero' verso il sapere che può essere anche di tipo trascendente. Un' Ombra primigenia che può giocare tiri maligni, le cui azioni sono al confine tra lo scherzo e la cattiveria fino alla malignità del demonio. Può essere anche una figura più stemperata, non più caratterizzato dalla crudeltà, dalla brutalità e dall'insensatezza demoniaca, che presenta invece un comportamento, ammiccante e scherzoso. Il suo inganno e il suo mordace sarcasmo sono comunque necessari, per renderere meno terribile ed accettabile al discepolo la comprensione del mondo e dei suoi misteri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ares, il Dio della Guerra nella Grecia antica: odioso agli uomini e agli déi

 

Ares nella mitologia greca era una divinità molto aggressiva; era funesto e selvaggio e, conduceva con sé morte e distruzione. Non a caso nell ‘ Edipo Re’ (famosa tragedia di Sofocle) è definito ‘Ares, il Dio Portatore del Fuoco’.

 



Alcune nozioni di base

Unico figlio legittimo di Zeus e di Era, Ares era il dio crudele per eccellenza, caratterizzato da un amore spasmodico per le contese e per la guerra. Feroce, litigioso e incline al combattimento non per sete di giustizia, ma per il puro gusto di combattere, Ares non era sicuramente gradito agli déi, né allo stesso Zeus, a cui rammentava troppo l'indole rissosa e ostinita di Era. Ad amarlo erano invece Afrodite - con cui ebbe una burrascosa relazione - e Ades - sempre ben felice di popolare il suo regno di morti.
La sua ferocia veniva resa ancor più appariscente dalle gigantesche proporzioni del suo fisico e dalle urla spaventose e terrificanti che lanciava scendendo nel campo di battaglia. Ares era senz'altro una selvaggia figura guerriera, in cui confluivano istinti bestiali e innate propensioni per le carneficine. Armato di tutto punto, con corazza, elmo, lancia e spada, egli combatteva preferibilmente a piedi. Era spesso seguito da demoni-scudieri, suoi figli, mentre compagni inseparabili erano Enio, dea della Strage ed Eris, la dea della Discordia.
Ares risiedeva in Tracia, paese che ben si adattava alla sua indole rude e selvaggia, e ivi dimoravano anche le Amazzoni, figlie del dio. Popolo di donne guerriere, le Amazzoni avevano ereditato la passione paterna per la guerra e ben rappresentavano la natura impetuosa per la violazione di ogni tipo di ordine.
La negatività delle doti del dio della Guerra veniva accentuata dall'insucesso
quasi costante che coronava le sue imprese belliche. Ares fu, infatti, la misera e ridicola vittima dei due Giganti Aloadi che, sovrapponendo il monte Ossa all'Olimpo e il Pelio all'Ossa, volevano giungere al cielo spodestando gli Olimpi. I due gemelli, Otos ed Efialte, lo avevano tenuto rinchiuso per circa tredici mesi in un enorme  vaso di bronzo. Martoriato e indebolito dagli stenti, egli sarebbe rimasto vittima impotente, se non fosse giunto il soccorso provvidenziale di Ermes o, secondo altre tradizioni, da Eracle.
Ad acuire le sue sorti di eterno vinto fu l'acerrima avversione che gli dimostrava Atena. Durante la guerra di Troia, Ares stava duramente combattendo contro Diomede quando la glaucopide Pallade, resasi invisibile con il magico casco di Ades, fece in modo che l'eroe lo colpisse. Ares, ferito e piagnucolante, corse a rifugiarsi in Olimpo, dove Zues lo guarì. Sempre a Troia avvenne lo scontro diretto con Atena. Anche se l'occasione era diversa, il risultato fu lo stesso: la dea lo mise in fuga colpendolo con una pietra. Un'altra volta, mentre Eracle combatteva con il Gigante Cicno, figlio di Ares, il dio volle intromettersi, nonostante il saggio invito di Atena di astenersi dal modificare il corso degli eventi stabilito dal Fato. Vista l'inutilità delle sue parole, la dea intervenne direttamente, consentendo ad Eracle di colpire il dio che, vergognosamente, raggiunse l'Olimpo. Vinto da due eroi mortali, Diomede ed Eracle, vinto per due volte dallo stesso Eracle - nell'episodio di Cicno e in quello di Pilo.

Un episodio che lo vede, invece, vittorioso e padre premuroso, accadde
ai piedi della collina dell'Areopago d'Atene. Allirrozio, figlio di Posidone, stava tentando di violentare Alcippe, figlia di Ares e di Aglauro, quindi nipote di re Cecrope. Il Dio della Guerra, richiamato dalle grida della fanciulla, accorse e uccise ferocemente Alirrozio. Poseidone allora citò Ares davanti ad un tribunale, composto di dodici dei, per omicidio volontario. Per quanto l'oratoria non fosse il suo mestiere, quella volta Ares si difese abilmente: il dio rifiutò l'accusa sostenendo di essere intervenuto a difendere l'incolumità della principessa ateniese.
Fu così convincente da essere prosciolto con formula piena.

Secondo la leggenda, il processo si sarebbe svolto su una collinetta di Atene, che poi, in memoria del fatto, venne chiamata Areopago e doveva infine diventare, con questo nome, il tribunale supremo degli Ateniesi.


Ares visse un rapporto intenso e adulterino con Afrodite, sua sorella, e sposa di Efesto. Figli della coppia erano Armonia, molto simile alla madre per la grazia, Phobos e Deimos, -ma su di loro non tutte le fonti sono concordi- ed Eros.

Ad ogni modo, il tradito Efesto si prese la sua vendetta: con invisibili catene legò Afrodite e Ares, offrendo il loro amplesso amoroso allo scherno degli dei, racconto col quale Demodoco intrattiene i Feaci e Ulisse (Odissea, VIII). Esporre Ares all'imbarazzo e alle risate è un altro segno della scarsa simpatia di cui godeva quel dio.
Il dio ebbe una prole violenta e tragicamente sanguinariana.   

Concepì una delle terribili Erinni, quel famoso e orrendo mostro custode di una sorgente d'acqua a Tebe. L'uccisione del drago da parte di Cadmo provocò la collera di Ares su Tebe, fino a quando Meneceo, principe tebano, si offrì vittima volontaria per placare il dio. Ma la furiosa reazione di quest'ultimo si ripercosse su Cadmo stesso che fu costretto a un duro servaggio per la durata di otto anni. Estinta la pena, gli déi proposero un matrimonio pacificatore tra Cadmo ed Armonia, la figlia di Ares e di Afrodite.
Altri tre figli di Ares furono uccisi da Eracle: Cicno, il brutale brigante che decapitava i viandanti, Diomede, il re tracio che cibava i suoicavalli di carne umana e Licaone, re dell'Arcadia d'Arcadia.

Erano sacri ad Ares il cane e l'avvoltoio; i suoi attributi erano la lancia e la fiaccola. I Romani lo equipararono al loro dio Marte , senza che però si possa parlare di una completa identificazione.


Bibliografia

Per chi è appassionato di mitologia si consiglia un volume di facile lettura, ma anche compilato con rigore:

Graves Robert, I miti Greci, 1983.